NON SOLO EOLICO: i concentratori solari luminescenti

mercoledì 25 maggio 2016
    Sono in grado di incrementare l’efficienza di conversione del fotovoltaico mentre migliorano il comfort visivo indoor. Sono i concentratori solari luminescenti, uno dei fiori all’occhiello della ricerca sulle rinnovabili targata ENI         
“Crediamo che il futuro sarà fatto da energie rinnovabili”. Come ha spiegato da Parigi l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi la politica ambientale della azienda è più che chiara. E lo appare ancora di più se si guarda alle grandi innovazioni raggiunte in questi anni dai programmi di ricerca portate avanti dal cane a sei zampe.  Con il dichiarato obiettivo di ridurre l’impronta ambientale delle attività Eni, il lavoro di R&S nell’area Renewable Energy and Environment ha dato vita ad un ampio portafoglio di tecnologie per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili, con un focus privilegiato sul fotovoltaico, lo stoccaggio energetico e la valorizzazione energetica delle biomasse. L’obiettivo dell’azienda è quello di sviluppare tecnologie innovative finalizzate alla produzione di energia elettrica, che sappiano essere contemporaneamente sostenibili e competitive. Un impegno che caratterizza il programma di ricerca Eni dal 2007, anno in cui l’Istituto Donegani di Novara, struttura dedicata sino ad allora alla chimica industriale, è diventato il Centro specializzato per la Ricerca sulle Energie “Non Convenzionali”. Tra le diverse tecnologie un posto speciale lo occupa l’energia solare in tutta la sua filiera produttiva, dalla cattura della radiazione alla trasformazione della luce in elettricità al suo immagazzinamento, e in questo contesto uno dei progetti su cui Eni sta lavorando è lo sviluppo di concentratori solari luminescenti (Luminescent Solar Concentrator – LSC).

Cosa sono i concentratori solari luminescenti
Si tratta di lastre di materiale trasparente dotate di coloranti fluorescenti, ossia sostanze in grado di assorbire una quota della radiazione ricevuta dal sole e di riemetterne una parte all’interno della lastra medesima. La radiazione emessa, sfruttando il fenomeno della “riflessione totale interna”, è condotta fino ai sottili bordi della lastra dove viene concentrata su piccole celle solari che la trasformano in energia elettrica. Nel dettaglio gli LSC sono costituiti da una lastra di plastica o vetro sulla cui cui superficie o all’interno della quale sono disperse le molecole fluorescenti; queste devono essere dotate di elevato coefficiente di assorbimento ed esteso intervallo di spettro solare che deve essere “in accordo” con la risposta spettrale ottimale della cella fotovoltaica.
  

La ricerca Eni inaugura la nuova Era delle rinnovabili
In realtà la fisica alla base del funzionamento degli LSC è nota fin dagli anni ’60; da allora ad oggi però, proprietà ottiche insufficienti e la scarsa stabilità dei coloranti utilizzati ne hanno ritardato lo sviluppo in ambito energetico. E’ qui che entra in gioco Eni, con coloranti originali e processi unici. Ad oggi sono state depositate dal Centro Ricerche Eni Donegani ben 16 domande di brevetto per altrettanti coloranti fluorescenti con caratteristiche ottiche adatte all’utilizzo in LSC. Un impegno che è valso all’azienda il premio Oscar Masi 2010 per l’innovazione industriale dall’Associazione Italiana per la Ricerca Industriale.

I vantaggi della tecnologia LSC
A differenza dei dispositivi fotovoltaici tradizionali, i sistemi di questo tipo funzionano bene anche in condizioni di scarsa illuminazione diretta proprio in virtù del fatto che la concentrazione della radiazione migliora l’efficienza di conversione delle celle fv disposte ai bordi. Inoltre i pannelli LSC permettono di ottenere diversi vantaggi, sia sul fronte del contenimento dei costi di investimento che su quello della manutenzione, dal momento che la concentrazione selettiva riduce il surriscaldamento delle celle. Le caratteristiche di questi dispositivi li rendono perfetti per l’integrazione edilizia, attraverso il ricorso a finestre o lucernari fotovoltaici, involucri edilizi, serre, e tutte quelle applicazioni in generale nelle quali è richiesta una produzione energetica e, contemporaneamente,  l’illuminazione degli ambienti.

In esperimenti condotti in collaborazione con il Politecnico di Milano (dove alcuni pannelli LSC sono stati inseriti nella parte superiore di alcune finestre) è stato osservato che la tecnologia permette di migliorare il comfort visivo indoor. Nel dettaglio l’aggiunta di un piano orizzontale che separi la parte inferiore della finestra dalla parte superiore permette di diffondere la luce trasmessa verso il soffitto mentre quella assorbita viene impiegata per la produzione di energia elettrica. Il primo edificio ad esser dotato di pannelli LSC è stato la sede della Divisione Refining & Marketing di Eni a Roma: l’impianto, realizzato su scala dimostrativa, è composto da 192 lastre fotoattive gialle trasparenti per una superficie totale di 60 m2 ed è in grado di produrre una potenza di 500 Wp. Tutta l’energia così ottenuta è impiegata per la ricarica di biciclette elettriche. Inoltre la speciale pensilina solare è utilizzata come “laboratorio a cielo aperto” per studiare il comportamento dei concentratori nel tempo e in varie condizioni di luce, al fine di aumentarne l’efficienza e la stabilità e di rendere i costi maggiormente competitivi.

iPhone, esiste già un device che lo sblocca

mercoledì 6 aprile 2016
Dopo tutto il frastuono causato dall'infinita bega legale tra Apple e il governo americano per lo sblocco dell'iPhone 5c di un terrorista,sembra che esista già un dispositivo in grado di trovare il codice a quattro cifre usato per bloccare un iPhone chiamato IP-BOX. E questo dispositivo costa solo 170 dollari (circa 150 euronello store Fone Fun di Londra. Il direttore di Fone Fun Mark Strachan dice che questo device è stato realizzato per aiutare i proprietari di un iPhone ad entrare nel proprio dispositivo dopo aver dimenticato il codice di accesso.  

L'IP-BOX in funzione per sbloccare un iPhone 5c
L'IP-BOX in funzione per sbloccare un iPhone 5c
Scoperto a Hong Kong, Strachan dice che in un primo momento lui e i suoi collaboratori erano scettici sul fatto che il dispositivo avrebbe funzionato. Ma nel corso del tempo lo strumento si è dimostrato più e più volte affidabile. Il cosiddetto IP-BOX funziona sugli iPhone con iOS a partire dalla versione 7. Per sbloccare un iPhone l'IP-BOX ci impiega da 6 secondi a 17 ore. Il Daily Mail ha acquistato il dispositivo e decifrato il codice di blocco di un iPhone 5c in 6 ore. Strachan ritiene che l'IP-BOX utilizza lo stesso metodo impiegato dall'FBI per sbloccare, senza l'aiuto di Apple, l'iPhone 5c usato da Syed Farook.
Si può migliorare qualsiasi birra creando la schiuma perfetta.

Pur con tutto l'impegno, una pur buona birra in bottiglia o in lattina non sarà spillatura conferisce alcune qualità che, semplicemente, non si possono riprodurre altrimenti.
mai come la medesima birra alla spina: la 
Partendo da questo assunto Philip Petracca ha inventato Fizzics, un apparecchio che permette di spillare qualsiasi birra in bottiglia o in lattina,«rendendo migliore la vostra birra preferita».
Fizzics promette infatti di rendere chiunque capace di perfezionare il gusto di qualsiasi birra, spillandola a regola d'arte e producendo la schiuma perfetta, tale da valorizzare appieno il gusto del liquido sottostante.
L'apparecchio si compone di tre parti: una camera pressurizzata, un generatore di onde sonore e un microcontroller.
Si inserisce il contenitore originale in cui si trova la birra (la lattina, la bottiglia) nella camera, si inserisce il tubo e si richiude: la pressione generata all'interno spingerà la birra nel tubo, permettendo di servirla tramite lo spillatore.
Il generatore di onde sonore, azionato spostando all'indietro la levetta che aziona lo spillatore, è però la vera parte importante di questo apparecchio: a questo componente spetta il compito di creare la schiuma rompendo le bolle di diossido di carbonio presenti nella birra, dando vita a bollicine regolari che - assicura Petracca - sono della forma ideale per far sì che il gusto ne risulti addirittura migliorato. Il tutto senza bisogno di aggiungere ulteriore CO2.
Al momento, Fizzics si trova allo stadio di prototipo ed è l'oggetto di una raccolta fondi su Indiegogo che ha già superato l'obiettivo di 50.000 dollari, arrivando nel momento in cui scriviamo ben oltre i 120.000 dollari.
Chi vuole partecipare alla raccolta può assicurarsi uno dei primi esemplari di Fizzics per 120 dollari (fino a esaurimento); una volta che sarà in commercio, il prezzo sarà di 200 dollari.
 








il 25 aprile visto da coscienti e storici: gente emiliana

venerdì 24 aprile 2015

25 aprile, il sindaco Pd di Predappio: non ho paura dei simboli fascisti

da il Secolo d'Italia del 24 aprile 2015

Brutta cosa non sapere fare i conti con il passato. Ad attaccare la furia iconoclasta di Laura Boldrini, poi “rientrata” a suon di gaffe, questa volta è un esponente del Pd: il sindaco di Predappio,Giorgio Frassineti, che tira le orecchie a lady Montecitorio alla vigilia del settantesimo anniversario del 25 aprile.

La lezione di Predappio

«Scusi, ma in che anno siamo? In genere la furia iconoclasta si scatena subito dopo la caduta di un regime. Ma siamo nel 2015. E se quell’obelisco non l’hanno tirato giù nel ’45, perché farlo adesso? Che fastidio dà?». Il primo cittadino del paese natale di Benito Mussolini, intervistato dal Tempo,  attacca i tic della sinistra che non sa fare i conti con la storia e non vuole rassegnarsi all’evidenza che il fascismo ebbe un grande consenso popolare. «È una verità storica e acclarata» dice il sindaco di Predappio che ogni giorno fa da “cicerone” alle scolaresche in gita nella cittadina romagnola dove nacque il Duce. «Predappio è Mussolini – dice Frassineti – e la sua memoria non può essere lasciata solo ai commercianti di souvenir che tramandano gli anni peggiori del fascismo».

«Non ho paura dei simboli»

Una lezione di civiltà e di buon senso contro gli sbianchettatori del passato perché i simboli della storia non si cancellano. «Sulla mia scrivania c’è un enorme fascio littorio, ma io non lo cancello, anzi – racconta il sindaco romagnolo  – ci ho messo un vetro sopra per proteggerlo. Io dico sempre che dai nemici che si chiamano pregiudizio e oscurantismo bisogna difendersi con gli amici che si chiamano cultura e conoscenza». Alla vigilia del 25 aprile il messaggio che viene da Predappio è chiaro: la storia non si taglia a fettine e la memoria di un popolo non è il frutto di operazioni chirurgiche. «Guardo i simboli del fascismo e non sento il rumore del regime, ma ripercorro una parte della storia d’Italia», dice ancora il primo cittadino di Predappio che non ha mollato il sogno di restaurare la  Casa del Fascio di proprietà dello Stato,  che oggi cade a pezzi,  per farne un Museo del ventennio. «Ho chiesto un appuntamento al ministro della Cultura Franceschini. Non mi ha ancora risposto…»

Testo di Alessandra Danieli

Attenzione: Huawei P8 sfida Samsung e Apple

venerdì 17 aprile 2015
Il nuovo top di gamma è uno smartphone sottilissimo e disponibile anche in versione Max con schermo da 6,8 pollici.

huawei p8 max
È chiaramente diretta contro i prodotti di punta di Samsung e Apple la sfida che Huawei ha lanciato da Londra, dove ha presentato il suo nuovo smartphone top di gamma.
Chiamato semplicemente P8, è il successore del P7 presentato l'anno scorso a Parigi e si presenta in due varianti: una "normale", denominata Huawei P8, e una "extra large", chiamata Huawei P8 Max.
Entrambe condividono i componenti interni a partire dal SoC, l'octa core a 64 bit Kirin 930 con 4 core che lavorano a 1,5 GHz e 4 a 2 GHz; la RAM ammonta a 3 Gbyte mentre la memoria interna può andare da 16 a 64 Gbyte (ma si può espandere via microSD fino a 128 Gbyte).

A differenziare i due modelli è lo schermo: il P8 monta un display da 5,2 pollici con risoluzione di 1920x1080 pixel, mentre il P8 Max ha una display da 6,8 pollici che lo rende più un (piccolo) tablet che uno smartphone.
Huawei è particolarmente orgogliosa della fotocamera, che adotta un sensore RGBW (il primo al mondo ad aggiungere il bianco ai tradizionali rosso, verde e blu) da 13 megapixel con flash dual LED e uno stabilizzatore ottico che, a detta dell'azienda, è superiore a quello dell'iPhone 6.
L'attenzione per la fotocamera è evidenziata anche dalla cura messa nel software, che offre funzioni dedicate espressamente alla fotografie: si va dalle opzioni che permettono di "migliorare" i soggetti ritratti (cancellando automaticamente occhiaie e imperfezioni) fino al director mode che consente di adoperare il P8 per comandare altri 3 smartphone e registrare così una scena da 4 angolazioni contemporaneamente.

p8 Tutto ciò è contenuto in un case interamente d'alluminio che vanta uno spessore di appena 6,4 millimetri (6,8 per la versione Max) e che lascia un grande spazio allo schermo, riducendo la cornice al minimo.
Per quanto riguarda la connettività, il P8 supporta diverse tecnologie atte a migliorare l'esperienza a partire dalle due antenne utilizzate per stabilizzare il segnale grazie alla tecnologia Signal+fino a Wi-Fi+, che permette di agganciarsi sempre alla rete Wi-Fi con il miglior segnale, passando per Roaming+, che promette prestazioni in roaming 3 volte superiori alla media.
Per quanto riguarda il sistema operativo, la scelta è caduta su Android 5.0 Lollipop con interfaccia Emotion UI 3.1.
Huawei P8 è disponibile in 4 colori: grigio, champagna, nero e oro. Le due varianti (normale e Max) saranno in vendita ciascuna in due versioni, denominate Standard e Premium, che si differenziano per la capienza della memoria interna.
In conclusione, quindi, Huawei immette sul mercato quattro versioni dello stesso smartphone: il P8 Standard, con 16 Gbyte di memoria, venduto a 499 euro; il P8 Premium, con 64 Gbyte di memoria, 599 euro; il P8 Max Standard, con 32 Gbyte di memoria, a 549 euro; e infine il P8 Max Premium, con 64 Gbyte, a 649 euro.



L’assicurazione dell’auto sparisce dal parabrezza

mercoledì 8 aprile 2015


Le telecamere leggeranno la targa per scoprire se è stata pagata. Dal 18 ottobre tutti gli “occhi elettronici” dovranno essere omologati

di Lorenza Castagneri - La Stampa 8 aprile 2015

Il Grande Fratello è tra noi che tutti i giorni ci mettiamo al volante per ogni spostamento. Se fino a ieri le telecamere che vigilano sulle strade italiane controllavano la presenza delle autorizzazioni per entrare in una zona a traffico limitato o di non superare i limiti di velocità, da domani potranno fare molto di più: scopriranno, per esempio, se abbiamo pagato l’assicurazione oppure rispettato gli obblighi della revisione. Come? Semplicemente attraverso la targa. Rendendo così inutile, per esempio, l’esibizione del tagliando dell’assicurazione che nei prossimi mesi gradualmente sparirà dai parabrezza delle auto. Lo scopo è chiaro: limitare le frodi, garantendo così la sicurezza collettiva.  

Chi non è in regola  
L’assicurazione per automobili e ciclomotori dovrebbe essere obbligatoria, è vero. Ma, negli ultimi anni, i numeri di chi evita di stipulare una polizza per le ragioni più diverse è schizzato in alto. Secondo Ania, l’associazione nazionale delle imprese assicuratrici, in Italia si contano almeno 3 milioni e mezzo di veicoli non assicurati. In media l’8 per cento, il 13 nelle regioni del Sud, mentre in Europa la quota non supera il 4. L’ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi aveva parlato addirittura di 4 milioni di mezzi “fuorilegge”. In ogni caso, troppi. Per questo si è reso necessario un giro di vite. 

Entro il 18 ottobre, tutti gli occhi elettronici disseminati in città e lungo le autostrade dovranno essere omologati per poter comunicare se un veicolo è assicurato o no. Fino a oggi, il compito più impegnativo è toccato alle compagnie di assicurazioni. Avranno tempo fino al 18 aprile per intervenire sui loro database affinché l’aggiornamento delle informazioni in essi contenute avvenga in tempo reale. Insomma, la firma di una nuova polizza dovrà risultare immediatamente negli archivi digitali per evitare di farci incorrere in sanzioni. 

Percorso a tappe  
E’ un lungo percorso a tappe, fissato dal ministero dei Trasporti e dello Sviluppo economico, che prende le mosse da una norma contenuta nel decreto Liberalizzazioni del 2012. L’articolo 31 prevede la progressiva dematerializzazione dei documenti amministrativi. Tra questi c’è il tagliando per la responsabilità civile dei mezzi, che da sempre siamo abituati a esibire sul parabrezza dei veicoli. Dal 18 ottobre diventerà completamente virtuale. A verificare se abbiamo pagato o no ci penseranno i nuovi sistemi di controllo della targa, a regime dallo stesso giorno, che potranno svelare anche se il nostro mezzo è in regola con la revisione e il pagamento del bollo. «Sarà una specie di Big Bang», lo definisce Rossella Sebastiani, del servizio normativa auto di Ania, ente che dal 2010 spinge per il passaggio dal contrassegno cartaceo, facile da falsificare, a uno “elettronico”, il cui pagamento è praticamente impossibile da evadere. 

Per il momento, in molte città, i corpi di polizia municipale sono già dotati di apparecchiature come il Targa system che associa la targa del mezzo con possibili violazioni, tra cui quelle relative all’assicurazione. Ma tra sei mesi non sarà più necessaria la presenza di un agente o di una pattuglia per effettuare questo tipo di verifiche. Basterà affidarsi al velox, alle telecamere delle Ztl, ai tutor. 

Il giro di vite  
Il risultato: gli accertamenti saranno molto più massicci e puntuali. Per chi non è assicurato, sfuggire ai nuovi controlli sarà davvero una questione di fortuna. Le sanzioni? Da da 841 a 3.366 euro, oltre al sequestro del veicolo. 

Manca, però, ancora una modifica al Codice della strada, come spiega Sebastiani: «In base alla normativa attuale, i sistemi di controllo del traffico dove non c’è presenza umana, come appunto gli autovelox, non possono essere impiegati per sanzionare chi non è assicurato, se contemporaneamente non viene commessa un’altra infrazione, per esempio l’eccesso di velocità. E’ necessario mettere mano al testo, se vogliamo che, a ottobre, i nuovi sistemi possano portare ai risultati che ci aspettiamo».  

Ecco "l'agri-drone" che rivoluziona l'agricoltura

venerdì 23 gennaio 2015
Nuove opportunità di lavoro si aprono per i giovani imprenditori.
droni agricoltura
Il 2014 da poco concluso è stato per molti versi "l'anno dei droni": se ne è parlato in abbondanza, sognando un mondo in cui sono proprio i droni a effettuare le consegne per conto dei giganti dell'e-commerce.
Se perché si avveri questo scenario dobbiamo aspettare ancora un po', per i droni ci sono applicazioni che già possono diventare realtà, come l'utilizzo in ambito agricolo.
Già lo scorso luglio la Technology Review del MIT aveva indicato l'uso in agricoltura dei droni come una delle tecnologie più importanti in quanto destinate a cambiare il modo in cui lavoriamo.
Grazie a questi strumenti nasce infatti la cosiddetta "agricoltura di precisione": i sensori permettono di individuare le necessità di ogni zona coltivata e l'agilità dei droni consente di intervenire in maniera mirata.
Gli interventi effettuati in questo modo, grazie alla superiore precisione avranno come effetto anche un uso più razionale dell'acqua e dei pesticidi: non a caso, proprio l'uso dei droni in agricoltura è il tema della prossima Roma Drone Conference, in programma per il prossimo 28 gennaio.
È evidente quindi come tutto ciò apra anche nuove possibilità di business per chi commercia i droni e per chi insegna a pilotarli.
In quest'ottica si inserisce l'iniziativa promossa da HobbyHobby e BioFly con quello che viene definito "un pacchetto chiavi-in-mano".
Si tratta di un progetto dedicato ai giovani imprenditori e che mira a fornire loro tutto il necessario per iniziare a utilizzare i droni in maniera produttiva: si va dall'acquisizione del drone (o APR: aeromobile a pilotaggio remoto) fino ai corsi di pilotaggio teorico e pratico, passando per l'ottenimento della necessaria autorizzazione da parte dell'ENAC.
Il tutto avviene utilizzando i droni della cinese DJI, e in particolare i modelli HH-Phantom 2 Term e HH-Inspire1 Term, modificata in Italia per essere adeguati alle normative dell'ENAC.
Drone, corsi teorico e pratico e autorizzazione si possono ottenere quindi per una cifra che si aggira intorno ai 5.000 euro: non indifferente per un privato, ma un investimento contenuto per un imprenditore che vuole sfruttare subito le competenze e gli strumenti in tal modo acquisiti.